Anche questa volta il nostro testato equipaggio si prepara a partire, naturalmente a bordo di uno storico Granduca 49. Oltre a me, ci sono Clelia, Fabio (9 e 7 anni) e Giorgio (17 mesi), abilmente accuditi da Rosy, la mia inesauribile mogliettina. Con noi, Adriano, Rossella e il loro furgone adattato di recente a camper.
Dopo gli impegnativi passi del Nogorno Karabakh (vedi Caravan e Camper del marzo 2004, ndr), quest'anno abbiamo scelto di lasciarci trasportare dalla casualità dell'improvvisazione, un vento che, dapprima, ci ha condotto in Africa, nella singolare enclave spagnola di Melilla, e in Marocco, sulle desolate alture del mitico Rif delle popolazioni berbere: il Maghreb dalle nevi perenni, evitato però dal turismo tradizionale a causa dei ripidi tornanti e dei pregiudizi legati alla massiccia produzione di cannabis, localmente nota col nome di kif. Nella seconda parte del viaggio, poi, abbiamo seguito le strade della costa atlantica, da Gibilterra alla Normandia, fino ai castelli della Loira.
Spagna africana
Dopo la sosta sulla chilometrica spiaggia di Cap d'Agde, in Francia, e la breve visita al Principato d'Andorra, dunque, seguiamo l'Autovia Mediterranea che fende le colline aride di un paesaggio già spiccatamente africano, fino al porto di Almeria. Il nostro viaggio, quello vero, ha inizio la sera dell'8 luglio sul confortevole traghetto "Ciutad de Valencia", diretti nell'intrigante possedimento spagnolo di Melilla, situato nella penisola di Capo Tres Forcos, sulla costa nord orientale del Marocco. Prima delle 8 attracchiamo sotto le mura della città vecchia e usciamo dal porto; ci colpiscono subito la gradevole architettura degli edifici in stile coloniale e l'atmosfera esotica e serena, tipica dei luoghi privilegiati. Gli orari dei negozi parlano chiaro: dalle 11 alle 13 e poi si riapre alle 18 per un paio d'ore. Nelle ore più calde la gente si riversa sulla lingua di sabbia, fornita di docce, della baia cittadina, racchiusa tra la capitaneria e l'interminabile molo recintato, che delimita il confine meridionale del piccolo e ambito lembo d'Europa in terra africana. Fondata dai Fenici e colonizzata da Romani, Goti e Arabi, nel 1497 Melilla fu occupata dalla Spagna durante la riconquista iberica. Teatro di lotte contro la dominazione europea, negli anni 20 le tensioni nella regione portarono a quella che viene ricordata come "Guerra del Rif" tra la Spagna e le tribù berbere della regione. Da questo piccolo presidio, inoltre, prese le mosse il colpo di stato militare del 1936, che diede inizio alla guerra civile contro il Fronte Popolare Spagnolo. Oggi Melilla è una città moderna di 70.000 abitanti, un "porto franco" cresciuto nell'armonica mescolanza di quattro culture: musulmana, cristiana, ebrea e induista, circostanza che dona un carattere peculiare e straordinario a questo lido. Da non perdere le strade attorno l'Iglesia del Sagrado Corazòn e la superba fortezza che racchiude l'istmo roccioso su cui poggia la ciudad vieja, localmente nota come "El Pueblo". Di giorno si può tranquillamente lasciare il camper sul malecon accanto al mare, ma il posto migliore durante la notte è, certamente, il parcheggio libero sotto le mura di San Juan, quelle di fronte l'ingresso al porto, dove si può cenare in privato tra palmizi e antichi cannoni o recarsi alla trattoria dietro l'angolo, sotto la scalinata che conduce al forte. Prima di lasciare Melilla ricordatevi di fare il pieno, qui il gasolio costa molto meno che in Marocco.
Marocco, anno 1423
La porta d'ingresso al continente africano si trova, a Melilla, in fondo ad Avenida gen. Astilleros ed è meglio arrivarci prima che giunga la nave delle 7,30 da Almeria. Alla dogana, il calendario musulmano appeso alla parete ci ricorda che stiamo entrando nell'anno 1423. I funzionari dimostrano un'educata curiosità per il nostro autocaravan; in ogni caso, la procedura è celere e, strano ma vero, passiamo senza spendere un centesimo. Entriamo nella vicina Nador per fare un prelievo al bancomat e percorriamo vie ampie e ordinate in una città ancora deserta a causa dell'ora mattutina (due ore in meno rispetto a Melilla). L'assolata statale del Rif (P39) si allarga quando attraversa alcuni centri abitati; dopo il vivace mercato all'aperto di Midal, inizia a salire decisa in un paesaggio sempre più arido e coinvolgente, tra bagliori color ocra e staticità solenni: s'inerpica tortuosa e a tratti stretta, qualche camion passa a fatica, ma in generale è agilmente percorribile e in condizioni migliori del previsto. A parte qualche gruppo di simpatici ragazzini, che, all'ombra di piante spoglie, vende sacchetti di lumache e ortaggi o trasporta taniche d'acqua a dorso di mulo, lungo la via non s'incontra molta gente. Il tratto più impegnativo, ma anche il più affascinante, comprende i 65 chilometri che dal bivio per Fes conducono ad Al Hoceima. Purtroppo, i segni del tragico terremoto che ha colpito la regione nel febbraio scorso (2004, ndr) sono ancora evidenti. Alle 15 entriamo ad Al Hoceima, costruita sulla scogliera in posizione panoramica, poi una ripida discesa ci conduce all'affollata stazione balneare di Plage Quemado ("spiaggia" in francese e "bruciata" in spagnolo: due lingue che qui tutti conoscono bene), un'ampia striscia di sabbia avvolta da pareti di roccia. La città ha un centro moderno, non particolarmente suggestivo, ma strategicamente importante per visitare le superbe bellezze naturali dei dintorni. Grazie alla gentilezza di Dris, un ragazzo che chiude il proprio negozio per accompagnarci, raggiungiamo il Camping Cala Bonita (5 euro al giorno), nella baia situata 6 chilometri a est della città. Un campeggio spartano sul mare, egregiamente gestito dalla municipalità locale. Lo spazio concesso viene sfruttato interamente dai campeggiatori autoctoni, con enormi tende arabe poste al centro e il perimetro recintato in modo impenetrabile. Siamo gli unici europei presenti.
Sulle alture del Rif
Il 14 luglio, dopo tre giorni di sosta, la smania di muoverci ci riporta sulle alture del Rif verso ovest. I montanari berberi arrivarono perfino a fondare la Repubblica del Rif, che proclamò la propria indipendenza nel 1921, e solo nel 1926, quando il capo della resistenza Abd El Krim si arrese, la conquista spagnola divenne effettiva. La gente del posto, pur legittimando l'autorità reale, ancora oggi si considera rifiana prima che marocchina.
La stretta striscia d'asfalto che percorriamo si alza sempre più e, lentamente, la terra arsa dal sole si copre di verde fino a divenire, sotto la vetta del monte Tidiquin (2448 m), un ombreggiato paesaggio alpino, dominato da folte foreste. L'unica auto della polizia la vediamo a Ketama, capitale delle più estese piantagioni di hashish del globo. Lungo la via, venditori improvvisati propongono l'acquisto di "kif" o "chocolate", un'ancora di salvezza per l'economia domestica di molta povera gente; ma basta rifiutare con garbo e nessuno insiste più del lecito.
Dopo il colorito villaggio di Bab Taza, oltre la valle ci appare la splendida visione di Chefchaouen, città arroccata sulla parete orientale del monte Tisuka (2170 m). È ormai il tramonto quando seguiamo la ripidissima strada che dal centro conduce sopra la città, al Camping Azilan (5 euro al dì), di fronte al grande Asmaa Hotel. Un campeggio tra il verde della montagna, frequentato prevalentemente da europei: qualche autocaravan, furgoni adattati, ma nessun italiano. Qui si respira ancora l'atmosfera spartana degli anni 70: giovani che dormono all'aperto sul tetto del mezzo e altri che praticano yoga per ore. È anche la base della Nomadic Expedition, rustici truck che attraversano il Sahara carichi di giovani viaggiatori, perlopiù anglosassoni. Il mattino seguente, l'affollato dedalo di vicoli dai muri azzurrini della kasbah e l'imponenza del forte-museo in terriccio rosso, felice esempio d'arte ispano-moresca, ci cala finalmente in un'atmosfera fiabesca tipicamente araba. In questo storico caravanserraglio del XVI secolo, ex roccaforte di rivoluzionari e contrabbandieri, fino agli anni 20 l'accesso agli stranieri era severamente proibito. Lasciamo questo incantevole regno dell'armonia con la promessa di ritornare e seguiamo la strada panoramica che dolcemente scende a Tetouan, dove ci sistemiamo nel parcheggio custodito sotto le vecchie mura della città. Il profumo di antico che respiriamo nella medina e il biancore lunare delle sue case ci riportano al covo di pirati e al rifugio di Mori ed Ebrei scacciati dalla Spagna: è come fare un salto indietro di secoli, tra bettole con capretti squartati in vetrina, concerie di pelli, laboratori artigianali e botteghe d'altri tempi. Una breve sosta a Tangeri per un ultimo immancabile tè alla menta e poi la bella costa affollata di bagnanti fino a Ceuta, l'altra enclave spagnola in suolo africano, più frenetica di Melilla e trafficato "ponte" per l'Europa.
Atlantico e Vecchia Europa
Torniamo sul vecchio continente e riprendiamo a seguire la costa verso nord, cominciando dalla rocca di Gibilterra. La sconfinata spiaggia di Tarifa, poi, col faro più meridionale d'Europa, che segna il confine tra Oceano e Mediterraneo, è il primo scenario di pregio che ci consente di vivere il mare da bordo spiaggia. Scenari ancor più isolati ed esclusivi nelle baie attorno alla fortezza portoghese di Sagres, nell'estremo sud-ovest dell'Algarve, con spiagge immacolate racchiuse da ripide scogliere. Il Rif si sta allontanando da noi e, dopo il Portogallo, ciò che ci aspetta sono una Spagna mistica e una Francia intensa che non scorderemo. Come d'accordo, a Lisbona salutiamo i nostri compagni di viaggio, Adriano e Rossella, diretti in Kurdistan, e continuiamo lungo la litoranea, che verso ovest ci conduce in breve a Cabo da Roca, un altro punto superlativo di questo viaggio: il più occidentale del continente. Abbiamo sostato davanti al duomo di Porto e rincorso i singolari granai in pietra di Soajo, nel parco della Serra Peneda, mentre la vena mistica ci ha condotto ai santuari di Fatima e di Santiago de Compostela, in Galizia, quest'anno (2004, ndr) meta designata di fervido pellegrinaggio. A noi è piaciuta anche La Coruna, per i suoi palazzi biancolatte e l'imponente faro di Hercules, nonché il tranquillo porticciolo di O Barqueiro, nell'estremo nord della Spagna. Ma il luogo che più c'è rimasto nel cuore è Las Playas de las Catedrales, una meraviglia della natura situata pochi chilometri a ovest di Ribadeo. La caratteristica del luogo è l'erosione che ha scolpito la roccia della scogliera, dando origine a curiose formazioni di grotte e faraglioni, che ricordano lo stile gotico a tal punto da sembrare cattedrali nella sabbia. Il tocco magico viene però dalle maree, che oscillano di ben 4 metri, alternandosi ogni sei ore. Robuste passerelle e una rete di sentieri consentono di passeggiare sulla scogliera per chilometri, mentre comode scalinate permettono l'accesso a questa o quella caletta, dove in cavità e anfratti nidificano i cormorani. Con la bassa marea si possono esplorare caverne, stretti passaggi fra rocce e insenature che fino a poco prima erano completamente sommersi dall'acqua: in pratica si cammina sulla spiaggia bianchissima del fondale marino. Si può rimanere nel parcheggio o recarsi nel vicino camping di Ribadeo. Continuando a seguire la costa atlantica, ecco le gigantesche dune di Pyla Mer (poco a sud di Arcachon), un ripido muro di sabbia che divide il mondo marino da quello terrestre. Dal La Foret Camping, una lunga scala in metallo (476 scalini) appoggiata sulla sabbia, consente di raggiungere la vetta, dove alcuni vi passano la notte in sacco a pelo.
Un'altra sosta obbligata, condivisa quotidianamente da molti turisti italiani in camper, sono i misteriosi sassi allineati di Carnac, in Bretagna: 3000 menhir risalenti al V-III millennio avanti Cristo, colossi della cultura megalitica celtica. Li troviamo sulla provinciale a bordo strada, appena fuori dall'omonimo paese, in grandi appezzamenti recintati di fronte all'edificio del turismo, dal cui terrazzo godiamo di una buona visione d'insieme. Osservarli in fila uno dopo l'altro è uno spettacolo inquietante. Ai camperisti è dedicata una zona libera tra gli alberi, mentre, in caso di bel tempo, a Carnac c'è, pure, la spiaggia. Dopo la spettacolare baia dagli enormi graniti rosa levigati di Ploumanach, poco a nord di Lennion, ecco l'incredibile distesa di camper ai piedi di Mont Saint Michel, l'isola con il complesso religioso tra i più più visitati al mondo.
Medioevo a Mont Saint Michel
Il parcheggio (8 euro), un ampio spazio sterrato sulla destra del passaggio che collega l'isolotto alla terraferma, consente di apprezzare una scenografia d'eccezione, particolarmente suggestiva all'alba e col buio, quando si accendono le luci del castello. Al suo interno, le casette in granito affacciate sull'unica viuzza, nella parte bassa raccolgono i ristoranti, un gran numero di negozi e le botteghe dai profili medievali.
Salendo, dopo il cimitero, tutto si dirada per lasciare spazio al museo, alla "Merveille", costruita su tre livelli che riflettono la gerarchia monastica, e all'Abbazia (XI sec.), con le navate in stile gotico e romanico, che occupa la parte sovrastante dell'isola. Una volta semplice oratorio, oggi sede del monastero benedettino nell'abbazia (XI sec.) che occupa la parte sovrastante dell'isola. Sulla "vetta", il torrione panoramico guarda dall'alto le spesse mura, arricchito dalle acque che si alzano attorno al monte a ogni marea.
Se venite quassù in piena estate, potrete evitare ore di fila giungendovi in serata; già dalle 8 del mattino arrivano plotoni di visitatori con ogni mezzo. Non occorre entrare subito nel castello per visitare la stradina affollata: Mont Saint Michel è una visione che ti appaga soprattutto dall'esterno, in base alle diverse angolazioni e al tipo di luce. Da qui, l'Italia non è poi così distante. Ma prima di rientrare, ci lasciamo sedurre dai castelli della Loira. Il Rif è lontano nel tempo. Che viaggio!

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